L’ORCO SCONFITTO
ovvero il sapere del più piccolo
ispirato alla favola di Pollicino
dai 4 ai 6 anni
testo di Letizia Quintavalla e Valentin Rossier
con Teodoro Bonci Del Bene
regia e scene Letizia Quintavalla
Nello spettacolo “L’orco sconfitto ovvero il sapere del più piccolo”, riallestimento di “Papa’ perduto” del 2001, ci sono in scena: un bosco, un cuscino, un attore e tre bambini scelti tra il pubblico.
Liberamente ispirato alla favola Pollicino di C. Perrault, è la storia di un padre così povero e disperato, così disperato da perdere la testa tanto da abbandonare i suoi bambini nella foresta. Ai bambini in scena viene chiesto di essere coraggiosi, di entrare nel gioco teatrale senza sapere nulla di ciò che succederà. Per pochi minuti o per un’ora riceveranno suggestioni e informazioni pensate e scelte per far lavorare il loro intuito. Si chiederà loro di stare bene o a volte male, insieme all’attore sulla scena e alla fine usciranno, come in un rito di iniziazione, più grandi, diversi, proprio perché avranno superato un momento “altro” rispetto al quotidiano, un momento difficile e unico. La nostra epoca è ormai povera di riti di iniziazione, defraudati delle poche occasioni che restano ai bambini per crescere insieme al proprio clan. Il teatro ha per sua natura questa eredità, questa arcaicità.
La storia di “L’orco sconfitto ovvero il sapere del più piccolo” è centrata sulla figura maschile e le sue declinazioni: infantile, paterna, protettiva, pericolosa, che, tradotte in personaggi sono appunto Pollicino, il Padre, l’Orchessa e l’Orco.
La convenzione teatrale per passare da un personaggio all’altro è rappresentata dalla velocità e dalla semplicità. I personaggi sono citati e i loro archetipi sono evocati più che interpretati. Il risultato è una compresenza o meglio una sovrapposizione di volti, ruoli e soprattutto di pulsioni opposte, di funzioni diverse.
Capita a tutti di sentirsi a volte “altro” da se stesso: più buono o più cattivo, per esempio. Piuttosto che cercare di liberarci dalle nostre pulsioni opposte, è preferibile riconoscere che esse abitano ogni essere umano.